C’è un San Francesco da cartolina: gli uccellini, il lupo buono, il presepe, il santo poverello addolcito dalla leggenda. E poi c’è Francesco d’Assisi: uomo del Medioevo, figlio di un tempo duro, attraversato da guerre, conflitti religiosi, tensioni sociali e scelte radicali.
Non è Francesco è un podcast di Alessandro Saccomandi e Maria Gomiero, con Franco Cardini, suor Veronica Donatello, Davide Rondoni e il patrocinio di Fondazione Cariplo. Entra nello spazio tra il santo che crediamo di conoscere e l’uomo che la storia ci restituisce. Attraverso fonti, biografie, tradizioni popolari e immagini diventate inevitabili — dal lupo di Gubbio a Damietta, da Chiara a Greccio — il podcast prova a liberare Francesco dallo zucchero che spesso lo rende innocuo. Non per smontare la leggenda, ma per capirla. E ritrovare un Francesco più umano, concreto, inquieto. Forse, proprio per questo, ancora più sorprendente.
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Francesco attraversa il fronte di Damietta per incontrare il sultano: Franco Cardini ricostruisce la radicalità di un gesto sospeso tra storia e leggenda.
Damietta è assediata. La quinta crociata stringe la città egiziana in una morsa di guerra, fame e paura. Da una parte gli eserciti cristiani, dall’altra i musulmani. In mezzo, il fango, il ferro, la morte. Dentro questo scenario Francesco sceglie una direzione opposta: attraversa il fronte ed entra nel campo del nemico. Non è un diplomatico, non è un condottiero, non è un eroe moderno del dialogo. È un uomo disarmato che prende il Vangelo così sul serio da sfidare la logica stessa della guerra. Che cosa cercava davvero Francesco davanti al sultano? Una conversione? Un martirio? Un incontro? Una provocazione evangelica? Franco Cardini ci aiuta a distinguere la storia dalla leggenda, e la radicalità del gesto dalle letture troppo comode che ne abbiamo fatto dopo.
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Con Franco Cardini rileggiamo la storia del lupo di Gubbio: animale, brigante o simbolo del male? Un racconto di paura trasformata in pace.
Una città paralizzata dalla paura. Un lupo feroce che divora animali, assale uomini, costringe gli abitanti a uscire armati come in guerra. Poi arriva Francesco: non con una spada, non con una trappola, non con un esercito. Esce dalle mura, guarda la bestia negli occhi e la chiama frate lupo.
Ma chi era davvero quel lupo? Un animale? Un brigante? Un simbolo del male sociale? O il resto di un mondo più antico, che il cristianesimo non cancella ma trasforma? Con Franco Cardini entriamo in uno degli episodi più celebri e più fraintesi della tradizione francescana, per capire che cosa racconta davvero quella pace impossibile tra l’uomo e la bestia.
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3. Greccio, il presepe senza bambino.
A Greccio Francesco non mette in scena il Natale: ne restituisce la povertà, mostrando un Dio vicino e accessibile.
San Francesco arriva a Greccio nella notte di Natale del 1223. Non chiede attori, non vuole Maria e Giuseppe, non domanda neppure che venga rappresentato il Bambino. Chiede soltanto del fieno, una greppia, un bue e un asino vivi. Poi parla. E parla con una forza tale che qualcuno, tra la folla, crede di vedere un bambino che in realtà non c’è. Greccio, raccontano le fonti, diventa una nuova Betlemme.
È da questa scena, familiare eppure sorprendente, che prende avvio la terza puntata di Non è Francesco. Il viaggio prosegue dentro uno degli episodi più celebri e più fraintesi della vita francescana: l’invenzione del presepe.
Quello di Greccio non è ancora il presepe che conosciamo. Non è un teatro popolato di personaggi, statuine, pastori e luci. Francesco sceglie, al contrario, la sottrazione. Elimina ciò che potrebbe trasformare la nascita di Cristo in una rappresentazione rassicurante e conserva soltanto gli elementi più ruvidi: la mangiatoia, il fieno, gli animali, il freddo della notte. Non vuole mettere in scena il Natale. Vuole farne percepire fisicamente la povertà, il disagio, lo scandalo.
Anche il bue e l’asino non sono semplici comparse. Non compaiono nei Vangeli canonici, ma appartengono a una lunga tradizione apocrifa e patristica. Nel Medioevo ogni dettaglio iconografico può custodire una teologia: gli animali diventano figure di popoli differenti, di chi è dentro e di chi resta fuori; il fieno può richiamare il pane eucaristico. Greccio non parla soltanto della nascita di Gesù, ma della possibilità che ogni uomo venga raggiunto, accolto e riconciliato.
Il centro dell’episodio, tuttavia, non è un prodigio spettacolare. È la predicazione di Francesco. Tommaso da Celano scrive che il Bambino Gesù era stato dimenticato nel cuore degli uomini e che, quella notte, sembrò risvegliarsi. Il miracolo consiste nel ritorno del Vangelo alla vita, nella capacità di scuotere una fede ormai abitudinaria. Greccio è insieme una festa e un atto d’accusa.
Con Franco Cardini proviamo a leggere quel gesto anche alla luce del viaggio di Francesco in Oriente. Dopo aver attraversato il fronte della quinta crociata, il santo ricrea la Terra Santa in un piccolo paese dell’Italia centrale. È forse una critica affidata ai fatti più che alle parole: la terra di Cristo non è una proprietà da conquistare con le armi, ma un luogo da ricostruire ovunque attraverso il Vangelo, la povertà e la pace.
In un tempo in cui molti rischiano di sentirsi esclusi perfino dall’esperienza della fede, Greccio mostra, come sottolinea suor Veronica Donatello, un Dio vicino, accessibile e umano. L’amore, quando è autentico, diventa concreto, prende carne. Francesco vuole vedere e far vedere ciò che è accaduto nella notte di Betlemme.
Nei secoli, però, la memoria di Greccio cambia. Nell’affresco della Basilica Superiore di Assisi il pulpito resta vuoto, la predica scompare, la chiesa diventa ricca e monumentale. Entra in scena perfino un Bambino di terracotta, mentre il bue e l’asino si riducono a elementi decorativi. Il gesto originario, ruvido e dissonante, viene ricondotto dentro una liturgia ordinata.
Tra il Greccio raccontato dalle fonti e quello consegnato alle immagini si apre così la domanda che attraversa tutto Non è Francesco: non soltanto che cosa abbia fatto davvero Francesco, ma quale Francesco abbiamo scelto, nei secoli, di ricordare.
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4. Uccelli, agnelli, vermi e il mondo
Dietro il Francesco che parla agli uccelli si nasconde una visione radicale: il creato non è una cosa da dominare, ma una fraternità da riconoscere
San Francesco parla agli uccelli. Le rondini tacciono. Un pesce torna nell’acqua e resta fermo ad ascoltarlo. Gli agnelli vengono riscattati in cambio di un mantello. I vermi sono tolti dalla strada perché non vengano schiacciati. Fiori, pietre, vento, acqua e fuoco diventano fratelli e sorelle. Sono alcune delle immagini più celebri della tradizione francescana. Immagini che, nei secoli, hanno trasformato Francesco nel santo gentile della natura, nell’uomo circondato dagli animali, quasi nel protagonista di una favola edificante. Ma dietro questa devozione apparentemente ingenua si nasconde una delle visioni teologiche più radicali del Medioevo.
È il tema della nuova puntata di Non è Francesco, dove cerchiamo di capire che cosa significhi davvero, per Francesco, chiamare fratello il mondo. Per il professor Cardini, la predica agli uccelli, narrata da Tommaso da Celano, non è una semplice lezione d’amore per gli animali. Francesco lascia i compagni, corre verso gli uccelli, li saluta e li invita a lodare Dio. Li considera creature nobili perché abitano l’aria e possono volare liberamente. Soprattutto, richiama il Vangelo: «Guardate gli uccelli del cielo». Se Dio si prende cura di loro, allora è possibile affidarsi radicalmente alla Provvidenza. La natura non è uno sfondo decorativo, ma una prova vivente della bontà del Creatore.
La tradizione, però, conserva anche un’altra versione, molto meno rassicurante. Il cronista inglese Ruggero di Wendover racconta che Francesco avrebbe tentato di predicare ai romani senza essere ascoltato. Sarebbe allora uscito dalla città per parlare a corvi e avvoltoi, tra scarti e carogne. In una versione Francesco rappresenta l’armonia del creato; nell’altra diventa una voce di giudizio contro una città corrotta. Lo stesso episodio viene così usato per costruire due immagini differenti del santo.
Anche il silenzio delle rondini contiene qualcosa di più di un miracolo pittoresco. Durante una predica ad Alviano, gli uccelli coprono la voce di Francesco. Lui non li scaccia né li maledice: li chiama «sorelle» e chiede loro di tacere. L’autorità francescana non si impone con la forza. È un’autorità disarmata, capace di ottenere ascolto senza trasformarsi in dominio. Lo stesso rovesciamento ritorna nell’episodio degli agnelli destinati al mercato. Francesco li vede legati, li chiama fratelli e offre il proprio mantello per liberarli, benché valga più degli animali. È un gesto economicamente irragionevole, ma proprio per questo rivela una logica diversa: la creatura vale più del calcolo, la salvezza più dell’utilità.
Francesco, tuttavia, non si ferma agli esseri viventi. Parla ai prati, alle vigne, alle pietre, ai boschi, alle sorgenti. Invita persino i fiori a lodare Dio come se possedessero la ragione. Non è panteismo: le creature non sono Dio, ma parlano di Dio. La natura diventa un linguaggio nel quale si riflettono la sapienza, la potenza e la bontà del Creatore.
Questa visione ha anche un preciso significato storico. Nel Medioevo la predicazione francescana si confronta con il catarismo, che considera la materia malvagia e il mondo opera di un principio negativo. Francesco risponde non con un trattato, ma con una fraternità universale: se il sole, l’acqua, il fuoco e perfino la morte possono essere chiamati fratelli e sorelle, allora il creato non è una prigione dalla quale fuggire, ma un dono da riconoscere.
Eppure, quest’uomo che parla agli uccelli e protegge i vermi si presenta davanti a Innocenzo III, il papa più potente del suo tempo. Il pontefice vede forse un folle, un santo, un pericolo o un’occasione. Perché Francesco non propone soltanto una morale più dolce: mette in discussione l’idea stessa dell’uomo come padrone assoluto del mondo.
In un tempo segnato da crisi ambientali e smarrimento, suor Veronica Donatello ci ricorda che Francesco trova il proprio centro in Dio e trasforma il creato in lode. Il Cantico interroga anche noi: dov’è il centro capace di dare equilibrio e senso alla nostra vita?
Francesco non ha insegnato agli animali a essere umani. Ha insegnato agli uomini a non dimenticare di essere creature.
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Chiara fugge dal destino imposto, sceglie la povertà e sfida famiglia e potere. Una donna forte, legata a Francesco da un’amicizia spirituale
Comincia così la quinta puntata di Non è Francesco. Al centro del nuovo episodio c’è Chiara: non la figura immobile delle pale d’altare, non la docile discepola che segue Francesco nell’ombra, ma una giovane donna capace di spezzare l’ordine sociale del suo tempo. La sua non è una fuga romantica. È un atto pubblico, familiare e politico. Chiara non si limita a “entrare in convento”: rifiuta il matrimonio, il patrimonio e il ruolo che la società medievale ha preparato per lei. La tradizione colloca la fuga nella notte della Domenica delle Palme. Alla Porziuncola Francesco le taglia i capelli, trasformando una scelta personale in un gesto quasi liturgico. Quel taglio non riguarda l’estetica: è un sigillo, una separazione, l’ingresso in una forma di vita nuova.
Con lo storico Franco Cardini proviamo a ricostruire ciò che accadde davvero e a capire perché questa vicenda non sia una favola edificante, ma l’inizio di un conflitto: tra Vangelo e istituzione, libertà individuale e controllo sociale, radicalità religiosa e prudenza ecclesiastica. Subito dopo l’arrivo di Chiara, infatti, le fonti restituiscono un Francesco apparentemente diverso. L’uomo che aveva sostenuto la sua scelta comincia a raccomandare ai frati di evitare la familiarità con le donne. Tommaso da Celano descrive una pedagogia severissima: parlare poco, incontrarle in pubblico, non abbassare la guardia. La compagnia femminile diventa persino un «dolce veleno», una tentazione capace di insinuarsi lentamente.
Francesco aveva paura delle donne? Era prigioniero dei pregiudizi del suo tempo? Oppure cercava di difendere un Ordine che cresceva rapidamente e rischiava di essere guardato con sospetto da Roma?
Il nodo più difficile è San Damiano. Da una parte Francesco invita i frati alla distanza; dall’altra Chiara e le sue compagne sono ormai una parte decisiva della sua esperienza. Le visite si diradano, aumentano i divieti e perfino le prediche assumono forme enigmatiche, come quella pronunciata con la cenere sul capo e il Miserere sulle labbra. Un allontanamento che può essere letto come paura.
Ma la vera bomba è la povertà. Chiara non chiede un privilegio per vivere più comodamente: pretende il diritto di non possedere nulla. Anche davanti al Papa non arretra. Malata, chiusa in un monastero e apparentemente priva di potere, riesce a difendere fino alla fine una scelta che mette in discussione le regole stesse della vita religiosa.
Suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio nazionale Cei per la Pastorale delle persone con disabilità, restituisce però anche un altro volto di Chiara, forse il più vicino alla sensibilità contemporanea. Chiara è una donna nel senso pieno e luminoso della parola: consacrata, ma capace di vivere la propria femminilità come sposa, sorella e madre. Una maternità non biologica, ma generativa, riconoscibile nei gesti, nello stile trasmesso alle sue compagne e in una forma di vita che continua ancora oggi.
È una donna forte, forse in alcuni momenti persino più ferma di Francesco. Dove lui accetta il dialogo e il compromesso, Chiara rimane irremovibile. Ma la sua non è una durezza sterile: è la fermezza dolce di chi conosce ciò che ama e non intende tradirlo.
C’è poi l’amicizia con Francesco, vissuta in un’epoca che avrebbe potuto guardarla con sospetto e sulla quale, nei secoli, sono stati versati fiumi d’inchiostro. Non una relazione da possedere, non un legame sentimentale mascherato, ma un’amicizia spirituale altissima, capace di generare vita oltre i suoi protagonisti. Francesco e Chiara mostrano che ci si può voler bene profondamente senza imprigionare l’altro, e che una relazione autentica non si chiude su se stessa ma produce frutti destinati a durare.
Chiara, dunque, non è la “fidanzata spirituale” di Francesco. È una conseguenza della sua predicazione e forse anche una sua correzione. Francesco accende l’incendio; Chiara trova il modo di custodirlo senza lasciarlo diventare cenere.
Resta una domanda: Chiara è stata ricordata per ciò che era davvero, oppure per ciò che nei secoli è stato più conveniente raccontare?
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Le molte biografie di san Francesco raccontano una memoria contesa: un santo troppo complesso per essere fissato in un’unica immagine e ancora capace di provocare il presente
San Francesco non ha avuto una sola vita. Ne ha avute molte. Forse troppe. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1226, qualcuno si affretta a raccontarlo. Poi qualcuno corregge quel racconto. Qualcun altro lo integra. Infine si decide che non basta ancora: i ricordi sono incompleti, i miracoli troppo pochi, l’immagine del santo non abbastanza definita.
Nasce così uno dei grandi paradossi della storia francescana: il santo della semplicità diventa uno dei personaggi più raccontati e riscritti del Medioevo.
È questo il tema della nuova e ultima puntata della prima serie di Non è Francesco. Il primo a mettere ordine nei ricordi è Tommaso da Celano. Scrive una biografia poco dopo la morte di Francesco, quando molti dei suoi compagni sono ancora vivi e possono ricordarlo. Ma proprio questa vicinanza rende tutto più complicato. Le memorie non coincidono, i testimoni raccontano episodi differenti, le interpretazioni si scontrano. Francesco non è soltanto un uomo da ricordare: è già un’eredità da contendersi.
Celano viene quindi chiamato a riscrivere, completare, aggiungere. Anche i miracoli acquistano sempre maggiore importanza. Nel Medioevo non rappresentano un elemento decorativo o fantastico: sono la prova pubblica della santità, il segno che Dio continua ad agire attraverso quell’uomo. Un Francesco troppo umano, troppo inquieto o troppo difficile da incasellare rischia di non essere sufficiente.
Intanto l’Ordine francescano cresce, si diffonde in tutta Europa, entra nelle università e nei luoghi del potere. E il fondatore diventa inevitabilmente un criterio con cui misurare ogni scelta. Chi difende una povertà radicale sostiene che Francesco vivesse in quel modo. Chi cerca una mediazione afferma che le sue intenzioni fossero diverse. La sua vita non è più soltanto memoria spirituale: diventa un terreno di confronto, uno strumento di governo e, talvolta, un campo di battaglia.
Ogni nuova biografia dice qualcosa su Francesco, ma dice anche ai francescani come dovrebbero vivere. Il santo, invece di pacificare l’Ordine, continua a interrogarlo. Forse, proprio per questo, da morto risulta persino più scomodo che da vivo. A metà del Duecento si tenta allora di chiudere la partita. Bonaventura da Bagnoregio scrive una nuova biografia ufficiale, destinata a diventare la narrazione condivisa dall’intero Ordine. Non più molte vite, molte memorie e molti Franceschi, ma un solo racconto, ordinato e autorevole. Le biografie precedenti vengono ritirate dalla circolazione e persino distrutte.
Suor Veronica Donatello invita a partire da una parola: unicità. Francesco, osserva, non può essere ricondotto a una sola immagine. È stato un uomo pienamente umano, capace di attraversare tutte le sfumature e persino gli opposti dell’esistenza. Proprio per questo continua a provocare: ci chiede di accogliere la complessità degli altri senza ridurli a ciò che ci somiglia o ci rassicura.
Con Franco Cardini entriamo nel laboratorio della memoria francescana per capire quanto ci sia di vero nella storia delle biografie distrutte e che cosa si perda quando un uomo complesso viene ridotto a un’immagine unica. Perché Francesco è stato raccontato per essere conosciuto e amato, ma forse anche per essere controllato.
Eppure continua a sfuggire. Dietro ogni tentativo di fissarlo resta un uomo che non si lascia imprigionare: radicale, contraddittorio, scandaloso. Forse la domanda decisiva, allora, non è soltanto «chi era davvero Francesco?», ma «chi abbiamo avuto bisogno che diventasse?».
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7. Assisi e Greccio, geografia di una rinascita
Nel settimo episodio di Non è Francesco, Davide Rondoni ci conduce tra Assisi e Greccio, nei luoghi della spogliazione, della rinascita e del primo presepe
Nel settimo episodio di Non è Francesco cambia lo sguardo e cambia la voce: protagonista è Davide Rondoni, poeta e scrittore, che ci accompagna nei luoghi di san Francesco per provare a leggerli oltre la cartolina e la devozione più scontata.
Si parte da Assisi, città della spoliazione e della frattura, dove Francesco abbandona ciò che era stato per cercare una vita nuova. Poi il viaggio conduce a Greccio, alla grotta e alla povertà concreta del primo presepe: un luogo capace ancora oggi di raccontare il mistero di un Dio che sceglie di farsi vicino.
Con Rondoni, i luoghi diventano così qualcosa di più di uno scenario: pietre, paesaggi e silenzi attraverso cui interrogare l’esperienza di Francesco e capire che cosa possa ancora dire al nostro presente.
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8. Fonte Colombo e La Verna: la Regola e il corpo
Da Fonte Colombo alla Verna, Francesco trasforma la sua vocazione in Regola e dono totale
Da Fonte Colombo alla Verna, il viaggio di Francesco attraversa due luoghi decisivi: nel silenzio dell’eremo il desiderio diventa Regola; sulla montagna aspra, nel momento della prova, il suo amore per Cristo si imprime nel corpo con le stimmate.
Con Davide Rondoni, poeta e scrittore, scopriamo come per Francesco la vera povertà sia accogliere una chiamata, la fraternità il centro della vita e la natura non un idillio, ma il segno di un mondo fatto di creature.
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9. Gubbio e San Damiano, la lode e la riconciliazione
Gubbio e San Damiano chiudono il viaggio di Non è Francesco: dalla paura del lupo alla fraternità del Cantico delle creature.
A Gubbio Francesco esce dalle mura e va incontro al lupo: affronta la paura e mostra che la riconciliazione comincia quando cambia lo sguardo sul nemico. A San Damiano, invece, tutto nasce da una ferita: una piccola chiesa da riparare che diventa il punto di partenza di una fraternità capace di abbracciare il creato.
Con Davide Rondoni torniamo così al cuore del Cantico delle creature: non un semplice inno alla natura, ma una lode in cui trovano posto il perdono, l’amicizia, la misericordia e perfino la morte, chiamata sorella nella speranza della risurrezione.
Si chiude così il viaggio nei luoghi di Francesco, alla ricerca di un santo meno da cartolina e più capace di interrogare ancora il nostro tempo.
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